La vittoria di Hezbollah
Premessa: l’esito del conflitto libanese non è definitivo. Ad oggi, hanno perso i due contendenti ufficiali, il soggetto attivo e quello passivo, ossia il governo israeliano e lo Stato presieduto da Emile Lahoud. La tregua e il plauso della comunità internazionale costituiscono un successo mutilato per ambo i fronti.
A vincere pesantemente, invece, è il movimento armato di Hezbollah, coadiuvato dagli attori del regime teocratico iraniano e dalle comparse del ba’th siriano. Questo cast del terrore, che trova l’ennesimo alleato nel primo partito della Palestina (Hamas), rappresenta il fronte islamico radicale e, con i missili su Haifa, ha potuto lanciare la sua sfida strategica anche a quei regimi “compromessi” con l’Occidente: Arabia Saudita ed Egitto su tutti. Qui, è bene precisarlo, non viene applicata una politica liberale nei confronti delle diverse opinioni politiche, né, tanto meno, esiste un pluralismo religioso. Tutt’altro. La salda alleanza economica con l’Occidente però, permette a Mubarak & C. di trattare le questioni geopolitiche mediorientali su un piano diverso rispetto a Teheran, nella speranza di trovare larghe intese con alcuni ambienti “realisti” di Washington. Tali governi restano comunque inclini all’autoritarismo e proprio il timore di un crollo del regime, causato dal possibile sgambetto islamista delle milizie libanesi, ha portato i rispettivi esecutivi all’appeasement coi miliziani del partito di Dio.
Mentre nel nostro paese l’Ucoii (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche italiane) – che avrebbe teoricamente il compito di garantire rappresentanza ai cittadini musulmani moderati, per guidare il processo d’integrazione all’interno dell’ordinamento legislativo laico da noi vigente – denuncia la strategia nazista d’Israele, in Libano si rafforza un movimento che si erge a difensore della causa araba, minando, in realtà, gli stessi postulati indispensabili alla nascita dello Stato della Palestina. ■
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