G.L.

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novembre 16th, 2007

Cali il sipario. Anche su di loro.

Sono passati quasi due anni dall’insediamento di Romano Prodi a Palazzo Chigi e la Casa delle Libertà, nel suo complesso, non è riuscita ad elaborare una strategia d’opposizione unitaria. Di più: i leaders della coalizione hanno contraddetto se stessi ripetutamente, forti della deriva carismatica che assoggetta i partiti alla figura preponderante del “segretario” nel vigente sistema. Procediamo con ordine.

Silvio Berlusconi, ad urne appena chiuse, ebbe un’intuizione di buon senso, che presentò – grossomodo – in questi termini: forse il centro-sinistra ha vinto le elezioni, sicuramente a governare con questa maggioranza ci perde la faccia; mettiamo per iscritto un patto fra gentiluomini, stabiliamo di comune accordo quali sono le priorità del paese, portiamo in Parlamento progetti concreti e – successivamente – torniamo alle urne. Sentendosi rispondere picche, il Cavaliere – uomo simpatico e solare, ma politico talvolta rancoroso – decise di puntare le sue carte sulle comprensibili frustrazioni della base. “Hanno artefatto i risultati, vogliamo il riconteggio” divenne il leitmotiv del principale movimento politico del paese. E già questo dovrebbe far riflettere sull’acutezza della classe dirigente pseudo-liberale: è mai possibile invocare la ripetizione delle elezioni, dopo aver concesso alle Camere l’esercizio della prerogativa d’elezione del capo dello Stato? Una domanda elusa per troppo tempo. Il proprietario di Mediaset però è sempre stato un uomo furbo: se da un lato dava sfogo alle pulsazioni frenetiche della piazza, per altro verso nelle sedi istituzionali cominciava a tessere una trama logorante ai danni del governo. L’obiettivo, manco a dirlo, era la caduta immediata. A furia di tentare la spallata però si finisce col rompersi la clavicola, così gli yesman di Via dell’Umiltà hanno dato vita al solito teatrino: come direbbe Gaber, la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente. Avessero almeno ammesso la sconfitta, chapeau, nulla da dire. Appellarsi però alle constatazioni analitiche di Dini sembra francamente un esercizio di vana retorica.

Sul fronte della fiamma le questioni sono più controverse. Gianfranco Fini muta posizione ogni volta che il vento spira in una direzione differente. Alla vigilia della tornata elettorale del 2006 si oppose fermamente alla costruzione del soggetto unitario, alleandosi col transfugo Follini, nella certezza che le campane a morto sarebbero suonate presto per il più noto cittadino di Arcore. Rendendosi conto che il terreno minato lungo cui camminava era pieno di insidie, l’ex segretario del Msi capovolse il primitivo orientamento inserendo fra le priorità di Alleanza Nazionale l’entrata nel Partito Popolare Europeo, l’unica carta di presentabilità politica spendibile nei confronti dell’alleato americano. I colonnelli si adeguarono, venendo a sapere della svolta direttamente dai giornali. Fu così che Fini, un bel giorno, stabilì arbitrariamente che tra i post-fascisti e la platea democristiana le differenze erano così sottili da poter essere facilmente superate. Bontà sua, non c’ha mai capito nulla. O forse, come sostenne nell’aprile del ’94 Pisanò, «questi qui sono riusciti a imbrogliare e sfruttare i fascisti per arrivare loro al potere. E adesso mirano all’ultima fase dell’operazione: quella che deve puntare all’annullamento del Msi nel calderone liberaldemocratico di An, preludio al travaso finale di tutta la banda di Fini nella Forza Italia di Berlusconi». La lettera pubblicata stamane dal Corriere della Sera è l’ennesimo tentativo di accreditarsi presso quei salotti buoni del capitalismo nostrano che, da quindici anni, mantengono saldamente in mano le redini della politica. Quanto alle priorità designate dal presidente di AN, c’è da rabbrividire: se davvero la legge elettorale è il primo punto da affrontare, riteniamo comprensibile la distanza tra paese legale e paese reale.

Infine Casini. Mai cognome fu più azzeccato. L’Udc è un corpo esterno alla coalizione? Quali obiettivi si prefigge? Esistono dei margini di possibilità di vedere schierato l’intero movimento democristiano dall’altra parte della barricata? A Pierferdinando piace il compagno Walter? Nessuno lo sa. Ufficialmente tutti rispondono di no, ma la condotta dell’ex presidente della Camera lascia seriamente perplessi: un giorno è il novello Sarkozy, artefice della rupture antileghista; il seguente ricuce i rapporti, da perfetto equilibrista, nel tentativo di rassicurare l’elettorato moderato, ampliando parallelamente la sua sfera d’influenza. Così forse aumenta dell’1%, di certo non risolve i problemi dell’Italia.

Sulle colonne di questo blog abbiamo già ampiamente discusso su quale strategia il centrodestra dovrebbe adottare. E’ inutile tornarci sopra. Inoltre rivendico il mio diritto di rappresentare il quadro politico dell’opposizione, senza dover designare alcunché, perché se l’antipolitica raggiunge vertici di consenso mai toccati in precedenza, ebbene è soltanto per la sfacciata arroganza di chi non accetta di essere messo in discussione. Quanti hanno sbagliato dovrebbero pagare. Con le dimissioni.

2 Responses to “Cali il sipario. Anche su di loro.”

Tommaso Pellegrino says:
novembre 17th, 2007 at 16:12

In tutto questo gran (mi si passi il termine) casotto, mi permetto di suggerirvi la lettura del post pubblicato sul mio blog http://www.tommasopellegrino.blogspot.com, anche allo scopo di pubblicizzare l’iniziativa nata da un altro blogger a favore di un futuribile partito unitario del centrodestra. Terrei a conoscere anche il vostro parere su tale tema che non dovrebbe essere sottovalutato. A presto.
Tommaso Pellegrino-Torino

Giuseppe Lombardo says:
novembre 17th, 2007 at 16:46

Purtroppo le differenze sono talmente esigue, che ritengo auspicabile la nascita di un nuovo soggetto unitario. Ovviamente, molto probabilmente non prenderò la tessera.

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